
In un mercato del lavoro sempre più competitivo, le aziende si trovano ad affrontare la sfida di attrarre e trattenere i migliori talenti. Questo è particolarmente rilevante per le piccole e medie imprese (PMI), che spesso competono con grandi organizzazioni sulle risorse maggiormente qualificate.
Per questo motivo introduciamo alcune riflessioni sull’opportunità per le PMI di introdurre in azienda alcune tematiche di discussione al fine di cominciare a strutturare una strategia di attraction & retention per competere sul mercato delle risorse umane e proteggere anche gli investimenti per attrarre e formare le migliori risorse.
Parliamo del patto di stabilità.
Formare un dipendente richiede tempo, risorse e impegno.
Per evitare che, una volta formato, il lavoratore lasci l’azienda prematuramente, è possibile ricorrere al patto di stabilità: una clausola contrattuale che impegna il dipendente a rimanere in azienda per un periodo minimo prestabilito.
Cos’è il patto di stabilità?
Il patto di stabilità è un accordo scritto tra datore di lavoro e dipendente che prevede l’obbligo, per quest’ultimo, di non recedere dal rapporto di lavoro prima di una certa data. In caso contrario, potrebbe essere tenuto a rimborsare all’azienda i costi sostenuti per la sua formazione. È uno strumento utile per garantire un ritorno sull’investimento formativo e per fidelizzare il personale.
Requisiti per la validità del patto
Per essere considerato valido, il patto di stabilità deve rispettare alcuni criteri:
- Forma scritta: deve essere redatto per iscritto e firmato da entrambe le parti.
- Durata ragionevole: il periodo minimo di permanenza deve essere proporzionato all’investimento formativo effettuato.
- Corrispettivo per il lavoratore: è necessario prevedere un vantaggio per il dipendente, come una formazione specialistica o un incentivo economico.
- Proporzionalità della penale: l’eventuale importo da rimborsare in caso di recesso anticipato deve essere equo e non eccessivo.
Patto di stabilità nell’apprendistato: è possibile?
Sì, è possibile inserire un patto di stabilità anche nei contratti di apprendistato. Tuttavia, è fondamentale che tale clausola sia proporzionata e giustificata dagli investimenti formativi effettuati dal datore di lavoro. Sulla tematica della proporzionalità della penale e legittimità della stessa in un contratto di apprendistato, la sentenza n. 1646 del 9 febbraio 2024 del Tribunale di Roma, afferma che è legittima la previsione di una penale in caso di mancato rispetto del patto di stabilità da parte dell’apprendista, avendo il datore sostenuto un reale costo finalizzato alla formazione del lavoratore per poter beneficiare per un periodo di tempo minimo, ritenuto congruo, del bagaglio di conoscenze acquisito dal dipendente.
Falsi miti da sfatare
- “Il patto di stabilità è sempre valido”: Falso. Deve rispettare i requisiti sopra indicati; in caso contrario, può essere considerato nullo.
- “Posso imporre il patto unilateralmente”: Falso. È necessaria l’accettazione del dipendente, che deve firmare il patto consapevolmente.
- “Non serve offrire nulla in cambio al lavoratore”: Falso. È fondamentale prevedere un corrispettivo adeguato al dipendente.
Consigli pratici per le aziende
- Redigere il patto con attenzione: specificare chiaramente durata, corrispettivo e conseguenze del recesso anticipato.
- Assicurarsi della comprensione del dipendente: verificare che il lavoratore comprenda e accetti consapevolmente i termini del patto.
- Evitare penali eccessive: l’importo previsto in caso di recesso anticipato deve essere proporzionato ai costi effettivamente sostenuti.
Un patto di stabilità ben strutturato può essere uno strumento efficace per proteggere gli investimenti formativi e promuovere la fidelizzazione dei dipendenti. Tuttavia, è essenziale che sia redatto nel rispetto della normativa vigente e delle esigenze di entrambe le parti.
Marco Zaia
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